Avevo otto anni, non sapevo scrivere, non sapevo leggere, non volevo cucire, non volevo far la calza... non volevo far nulla. E non mentivo, fingendo di studiare o di lavorare: dicevo apertamente che non volevo.
Perché non vuoi? - mi chiedeva la mamma.
Perché lo studio non serve a nulla.
Chi te lo ha detto?
Lo dico io.
Resterai un'ignorante.
Resterò un'ignorante.
E me ne andavo, ostinata, orgogliosa, a lacerarmi i vestiti, scivolando sopra la rampa della scala, con la prepotenza e la cocciutaggine della figliola unica amata e viziata.
Non imparai a leggere che a nove anni: mia madre era
stata ammalata gravemente, op non osavo saltare più,
andavo e venivo in punta di piedi. Non mi lasciavano
entrare in camera della mamma che moriva, me ne stavo dietro alla porta, con gli occhi sgomenti. Ma non piangevo, no, dominata da un grande spavento.
Poi la mamma si riebbe; io potei entrare in camera e contemplare quel suo bel viso scarno, quei grandi occhi grigi pregni di amore, quella bocca sottile di cui tutto era bello e buono per me: il sorriso, la voce, le parole, i baci.
In quella lunga convalescenza, tacitamente, pur di poter
restare presso la mamma, imparai a leggere.