Il Carnevale giungeva per me verso il mezzogiorno del
giovedì grasso, quando la zia Felicina si sedeva accanto
al focolare per friggere le «zippole».
Io le stavo vicino, con gli occhi al recipiente della pasta
lievitata che odorava di bucce d'arance e d'acquavite.
Le mani della zia stringevano un sacchetto di tela con
l'imbuto, e la pasta scendeva lentamente come una serpe gialla, invadendo tutta la padella.
La prima frittella era mia. L'afferravo con tutte e due le mani, la immergevo nello zucchero, la distendevo in
tutta la lunghezza e la ingoiavo a grossi bocconi.
Zia Maria si metteva davanti ai fornelli e manipolava
altra pasta, bianca e senza aromi, mandorle tritate, sangue cotto di maiale e uva passa.
All'ora del pranzo compariva sulla tavola la pentola delle fave cucinate con la cotenna di
maiale.
Era il pranzo d'obbligo per quella ricorrenza.
«Maccheroni per i Morti e fave a Carnevale»
diceva il proverbio. E la nonna aggiungeva:
«Carnevale senza fave è come un tetto senza trave!».